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La Carovana dei Ghiacciai di Legambiente dall’8 al 13 settembre

in Piemonte e Valle D’Aosta per monitorare i ghiacciai del Gran Paradiso

Monitoraggi, escursioni e momenti culturali le iniziative al centro della quinta tappa per riflettere insieme sul futuro delle nostre montagne e del nostro pianeta

Dall’8 al 13 settembre la seconda edizione di Carovana dei Ghiacciai, la campagna promossa da Legambiente con il supporto del Comitato Glaciologico Italiano (CGI) e con partner Sammontana e partner sostenitore FRoSTA, farà tappa in Piemonte e in Valle D’Aosta per monitorare lo stato di salute dei ghiacciai del Gran Paradiso per la sua quinta e ultima tappa.

Obiettivo della campagna è quello di accendere i riflettori sui ghiacciai della Penisola minacciati sempre più dalla crisi climatica, per questo nel corso di questo viaggio sta monitorando tredici ghiacciai alpini e il glacionevato del Calderone, in Abruzzo. In questi cinque giorni di tappa in Piemonte e Valle D’Aosta, oltre ai monitoraggi ad alta quota, non mancheranno escursioni e momenti culturali. A seguire e in allegato il programma completo.

Carovana dei ghiacciai è stata inserita nella piattaforma All4Climate – Italy che raccoglie tutti gli eventi dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici che si svolgeranno quest’anno in vista della COP26 di Glasgow.

Mercoledì 8 settembre inizieremo la prima parte di questa quinta tappa in Piemonte con una Conferenza dal nome “Ghiacciai e servizi ecosistemici in quota” che si terrà nella Sala del Grand Hotel in Località Prese nel Parco Nazionale Gran Paradiso, a Ceresole Reale (To). Interverranno Riccardo Santolini, Università di Urbino e Comitato Nazionale per il Capitale naturale; Marco Giardino, Università di Torino, Segretario Comitato Glaciologico Italiano; Daniele Cat Berro, meteorologo, Società Meteorologica Italiana; Valerio Bertoglio, alpinista, guardiaparco e operatore glaciologico; Alessandra Masino, guida naturalistica del Parco Nazionale Gran Paradiso. Modererà l’incontro la responsabile di Legambiente Alpi, Vanda Bonardo, mentre le conclusioni saranno affidate a Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente.

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Il mattino successivo, giovedì 9 settembre, sarà il giorno dedicato all’ escursione sul Ghiacciaio della Capra, con ritrovo alle 9 presso il parcheggio del Lago Serrù, a Ceresole Reale. Una volta arrivati svolgeremo la consueta osservazione delle forme glaciali e il monitoraggio della fronte del ghiacciaio con la partecipazione degli esperti Marco Giardino e Valerio Bertoglio del Comitato Glaciologico Italiano. Dopo il pranzo al sacco, alle 14 sarà la volta del nostro consueto Saluto al ghiacciaio, un momento dedicato al silenzioso lavoro e al prezioso servizio che svolgono i ghiacciai , all’interno del quale ci sarà un Concerto per corno alpino a cura del musicista Martin Mayes. Per finire ci sarà spazio anche per il Flash-mob “Progetto Youth4Planet”.

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Venerdì 10 settembre inizierà nel versante Valdostano la seconda parte di questa quinta e ultima tappa della Carovana. Qui dalle 9, a Valnontey presso Cogne (Ao), FRoSTA, anche quest’anno partner della Carovana dei ghiacciai, inaugurerà – con la partecipazione di Felix Ahlers, Amministratore Delegato FRoSTA AG – il Giardino dei Ghiacciai, un’azione concreta per recuperare i sentieri e le iscrizioni storiche incise negli ultimi 150 anni ai bordi dei ghiacciai del Gran Paradiso. All’interno del giardino prenderà vita l’opera d’arte, a cura di due artisti contemporanei, Andrea Caretto e Raffaella Spagna, dal nome Segnali dal corpo glaciale.

Sempre nella mattinata ci sarà una narrazione itinerante su “Storia della natura e dell’uomo in Valnontey” con Marco Giardino, Giovanni Mortara, Comitato Glaciologico Italiano, Barbara Grappein, geologa, Giovanni Agnesod già direttore Arpa Valle d’Aosta, tecnici Arpa Valle d’Aosta e del Parco Gran Paradiso.

Infine, alle 12:30, Alessanro Zolt musicista e antropologo racconterà in musica lo scacciapensieri nelle Alpi”.

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Salvaguardare la salute dei cittadini: no all’innalzamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici generati dalle radiofrequenze come previsto nel PNRR.

Pubblichiamo integralmente la lettera che è stata inviata, su iniziativa di Legambiente e con l’adesione di molte altre organizzazioni, ai Presidenti delle Camere ed al Presidente del Consiglio. Vogliamo che in Italia i limiti delle emissioni elettromagnetiche rimangano tra i più severi d’Europa, per tutelare la salute dei cittadini e dell’ambiente. Di seguito, il link per visualizzare le adesioni giunte in questi giorni e compilare il form per sottoscrivere l’appello. C’è poco tempo, aderisci!

https://vogliamolimiticautelativi.it/adesioni/

Egregio Presidente,

Vogliamo portare alla Sua attenzione quanto potrebbe accadere nel nostro Paese in tema di limiti sui campi elettromagnetici che, come sta ampiamente dimostrando la ricerca scientifica, sono non solo tra i più cautelativi in Europa ma anche allineati a quelli di altri Paesi europei che hanno in materia norme più protettive.

In Italia, infatti, il limite massimo di esposizione al campo elettrico a radiofrequenza (CEMRF) è di 20 Volt/metro (40 V/m per le onde centimetriche), ma si tratta di un limite valido per esposizioni brevi od occasionali, mentre il tetto di radiofrequenza (valore di attenzione) per il campo elettrico generato dalle radiofrequenze/microonde, per esposizioni all’interno di edifici adibiti a permanenza non inferiore a quattro ore giornaliere, è di 6 Volt/metro (DM 381/ 98 e DPCM 8/7/2003).

Gli enti, le associazioni, i comitati cittadini sottoscritti sono preoccupati per la tutela della salute e dell’ambiente e lo sono ancora di più dopo che la Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera ha espresso parere favorevole alla valutazione dell’innalzamento dei limiti di esposizione elettromagnetici correlati a un rischio emergente di inquinamento, dettato anche dalle nuove esigenze di digitalizzazione, tra cui lo sviluppo della tecnologia 5G.

Non siamo affatto preoccupati dello sviluppo di digitalizzazione per il nostro Paese, servizio e tecnologie che la pandemia ha messo in evidenza come auspicabili e necessari anche per superare le disuguaglianze sociali che abbiamo vissuto in questi mesi; ma il parere del 24 marzo u.s., espresso dalla IX Commissione Permanente della Camera, circa la proposta di adeguamento dei limiti di immissione elettromagnetica (Osservazione 15) a quelli vigenti nei Paesi Europei meno cautelativi in materia, di 61 V/m, suscita in tutti noi grande preoccupazione.

Il limite di 61 V/m non tiene conto delle numerose evidenze scientifiche che hanno ormai dimostrato la presenza di effetti biologici non termici anche molto gravi, fino a forme tumorali. Va sottolineato, in proposito, che i livelli di riferimento di cui all’allegato III della Raccomandazione del Consiglio CE 1999/519/CE di 61 V/m, validi solo per gli effetti termici, unici effetti considerati nella Raccomandazione, risultano 100 volte superiori a quelli italiani, quando confrontati con i nostri valori di attenzione. Infatti, la stessa Raccomandazione nel Considerando, precisa che: “l’obiettivo è la protezione della popolazione e pertanto essa si applica in particolare ai luoghi in cui singoli cittadini permangono per un tempo significativo rispetto agli effetti contemplati dalla presente raccomandazione” e che “gli Stati membri hanno facoltà, ai sensi del Trattato, di fornire un livello di protezione più elevato di quello di cui alla presente Raccomandazione”.

Il livello di protezione dei 6 V/m in Italia è vigente da 23 anni. Asserire che i limiti italiani sono inferiori solo di tre volte a quelli europei, quando lo sono di 100 volte in termini di campo elettrico e da 10 a 2,5 volte in termini di densità di potenza, è riduttivo e fuorviante rispetto alla reale entità del cambiamento e contrasta con il principio di non rilassamento del livello di tutela ambientale che gli Stati membri della UE si sono impegnati a rispettare con i Trattati. Qualora tale proposta venisse accolta nella normativa nazionale, non potremmo che ravvisarvi motivate criticità sul piano sanitario e ambientale.

Nel 2011 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS (IARC) classificava i CEMRF, soprattutto quelli generati dal telefono cellulare, come “possibili cancerogeni per l’uomo” per l’aumento di tumori del cervello e del nervo acustico nell’area ipsilaterale con l’uso del telefono mobile osservato in studi epidemiologici negli utenti che avevano fatto un uso intenso del telefono cellulare. Nella comunicazione della IARC pubblicata nel 2013, fu precisato che una classificazione più severa non era stata allora possibile per la carenza di studi adeguati su animali da laboratorio a supporto dell’osservazione nell’uomo.

In realtà, già nei primi anni 2000 erano stati avviati due studi di dimensione adeguata, uno negli USA dal National Toxicology Program del governo americano, l’altro dall’Istituto Ramazzini di Bologna, due dei più importanti laboratori di ricerca sugli inquinanti ambientali. Entrambi questi enti di ricerca negli ultimi 40 anni hanno contribuito con le loro ricerche alla regolamentazione di importanti agenti quali il cloruro di vinile monomero, il benzene, la formaldeide, l’amianto. Gli studi sui CEMRF dei due laboratori sono stati completati e i risultati sono stati pubblicati nel 2018. Entrambi hanno rilevato aumenti statisticamente significativi di tumori maligni del cervello e delle cellule del sistema nervoso periferico (cellule di Schwann), proprio gli stessi tumori osservati in eccesso negli studi epidemiologici sui grandi utilizzatori di telefoni cellulari. Questi rari tumori sono stati osservati sperimentalmente anche per esposizioni pari a 50 V/m, cioè inferiori ai 61 V/m 61 V/m che costituiscono il livello di riferimento della Raccomandazione europea, ma superiori tanto al limite di esposizione occasionale, 20 o 40 V/m in dipendenza della frequenza, quanto al valore di attenzione, 6 V/m, italiani.

I risultati di questi due studi sperimentali hanno indotto lo specifico gruppo di lavoro della IARC ad inserire la rivalutazione dei CEMRF in calendario come priorità per il periodo 2020-2024, e quindi a breve termine.

Non si comprende, quindi, la richiesta di innalzamento dei limiti di esposizione ai CEMRF in Italia, che ripetiamo essere tra i più cautelativi al mondo che si accompagna al rilascio per il servizio di telefonia nuove bande di frequenza, come alcune di quelle utilizzate con il 5G, con un contemporaneo innalzamento dei limiti di protezione, non è necessario ed è quanto meno inopportuno, considerando i pericoli emersi da studi sperimentali ed epidemiologici sulle frequenze già in uso e l’incognita costituita da quelle che devono essere ancora rilasciate.

Gli enti, le associazioni, i comitati cittadini sottoscritti chiedono rispettosamente:

    1.  

di coinvolgere tutti i Ministeri competenti, a partire da quello della Salute, nel processo di valutazione di eventuali innalzamenti dei limiti di protezione relativi alle radiazioni elettromagnetiche. E su questi esercitare la Sua Alta Moral Suasion, perché il Governo non dissipi il patrimonio di civiltà acquisito in Italia, con riguardo alla protezione dall’inquinamento elettromagnetico, osservando il principio di non rilassamento e garantendo il più alto livello di protezione della salute e dell’ambiente, della popolazione, dei lavoratori e dei consumatori, coerentemente con l’impegno preso con i Trattati Europei.

    1.  

consentire lo sviluppo sostenibile di tecnologie utili, ma potenzialmente impattanti sulla salute e sull’ambiente come quelle che producono inquinamento elettromagnetico, garantendo il rispetto dei Principio di Precauzione e di Prevenzione. A tal proposito chiediamo che venga acquisito un rapporto indipendente da conflitti di interesse, analogo a quello che il Parlamento Europeo ha appena prodotto su “5G e impatto sulla salute”, redatto dalla ricercatrice italiana Fiorella Belpoggi (Istituto Ramazzini), anche lei firmataria di questa lettera o a quello recepito dal Parlamento Italiano, con la Mozione 1-00360/1999 votata all’unanimità alla Camera dei Deputati e senza voti contrari al Senato, alla cui redazione hanno contribuito altri firmatari della stessa.

    1.  

mantenere per i campi elettrici generati dalle radiofrequenze/microonde all’interno di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore giornaliere, il valore di attenzione di 6 Volt/metro;

    1.  

riportare la misurazione del campo elettrico o della densità di potenza dell’onda elettromagnetica per i controlli dei Comuni e delle ARPA a medie sui 6 minuti invece che nelle 24 ore, come prevedeva la norma tecnica CEI 211-7. La conseguenza della modifica introdotta dal decreto legge del Governo Monti n. 179/2012 è quella di ignorare i picchi di esposizione più significativi durante gli orari di maggior traffico dati;

    1.  

mantenere e favorire lo strumento del regolamento Comunale come forma di pianificazione territoriale e tutela sanitaria, in particolare per categorie particolarmente vulnerabili (L.Q. 36/2001 art.8 comma 6);

    1.  

finanziare ricerche indipendenti, epidemiologiche e sperimentali, sulle onde centimetriche del 5G a 26 GHz (non ancora studiate in maniera adeguata,) finalizzate ad approfondire i possibili impatti sulla salute.

Signor Presidente, vorremmo in conclusione sottolineare che, nella presente situazione, l’ipotesi di un rilassamento del livello di tutela della salute della popolazione, dei residenti e dei consumatori, nonché dell’ambiente, con l’innalzamento dei livelli di esposizione ai CEMRF potrebbe generare effetti sanitari dannosi nonché sollevare motivate preoccupazioni nell’opinione pubblica. Dunque, a nostro avviso, non essendoci motivazioni tecnologiche, ma solo ed esclusivamente economiche, le chiediamo di respingere ogni proposta di innalzamento dei limiti più volte esplicitata dalle imprese del settore.

I FIRMATARI

Stefano Ciafani, presidente Legambiente

Fiorella Belpoggi, Direttrice Scientifica, Istituto Ramazzini, Bologna

Fausto Bersani Greggio, consulente Federconsumatori (RN)

PARTE LA CAROVANA DEI GHIACCIAI DI LEGAMBIENTE. PRIMA TAPPA AL MIAGE IL 17 E 18 AGOSTO

Partecipa anche tu alla prima tappa, dedicata al ghiacciaio del Miage. Programma e link per l’iscrizione qui:

programma-tappa-1-carovana-dei-ghiacciai

Di seguito, il comunicato di lancio della campagna

 

 

Carovana dei ghiacciai

Un viaggio attraverso le Alpi per monitorare lo stato di salute dei ghiacciai alpini

Dal 17 agosto al 4 settembre al via la prima edizione della campagna realizzata da Legambiente con il supporto del Comitato Glaciologico Italiano per monitorare i ghiacciai alpini minacciati dall’emergenza climatica

Dal 1850 ad oggi nell’ambiente glaciale alpino l’aumento delle temperature medie è stato circa di 2°C, circa il doppio rispetto alla media globale.

Nel 2019 registrato nel settore alpino occidentale (Piemontese-Valdostano) un generalizzato arretramento delle fronti glaciali, con un valore medio di 10 metri rispetto all’anno precedente.

Situazione non buona anche per il settore alpino centrale e orientale. Dieci i ghiacciai al centro della campagna: quello del Miage, i quattro ghiacciai del Monte Rosa,i ghiacciai Forni e Sforzellina, quello della Marmolada, di Fradustae del Montasio occidentale

Video e foto di Carovana dei ghiacciai >> clicca qui

Info su https://www.legambiente.it/carovana-dei-ghiacciai/

 

#iorestoacasa .la rievoluzione di legambiente non si ferma!

Con la lettera che pubblichiamo qua sotto, il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, presenta il  contributo di Legambiente per una permanenza a casa che sia anche occasione di informazione. Scopri il nuovo sito

https://iorestoacasa.legambiente.it/

che contiene anche suggerimenti per occupare in modo utile e divertente il tempo con i tuoi bambini.

Sono settimane davvero difficili quelle che stiamo vivendo a causa dell’emergenza coronavirus. Si tratta di una situazione drammatica che resterà nella memoria di tutti noi a lungo e finirà nei libri di storia.

Per chi come noi è abituato a lavorare ogni giorno, a servizio del prossimo, con i cittadini, le associazioni, le istituzioni, le imprese, con un corpo a corpo continuo, per cambiare in meglio il Paese, è una situazione molto inedita.

Ma come sempre è successo nella storia della nostra associazione anche stavolta non stiamo fermi.

Rispettando tutte le disposizioni imposte dalle istituzioni, siamo operativi per contribuire a fronteggiare questo pericoloso virus in tutta Italia con i nostri volontari. Ci siamo attivati anche per rendere un po’ meno pesanti le giornate di chi è costretto a stare a casa tutto il giorno. L’editoriale La Nuova Ecologia ha messo da subito a disposizione gratuitamente la versione on line del nostro mensile e del bimestrale QualEnergia.

Oggi, invece, presentiamo un nuovo strumento che speriamo possa essere utile a tutti noi. Con il nuovo sito #IoRestoaCasa mettiamo a disposizione di chiunque, in modo gratuito, documenti, materiale educativo, video su temi ambientali, ma anche dirette web di nostri eventi nazionali recenti, libri e selezioni musicali green.

È il nostro modo per ribadire a tutti di restare a casa, rispettando le regole, per archiviare questa brutta pagina della storia contemporanea.

Speriamo di uscirne presto, ma è bene ricordare che dipende da ognuno di noi. 

Continua a seguirci. A presto. 

Stefano Ciafani-presidente di Legambiente

nevediversa 2020 :pubblicato il dossier annuale di legambiente

IMPIANTI A BASSA E MEDIA QUOTA ABBANDONATI, DISMESSI O TENUTI IN VITA CON INIEZIONI DI DENARO PUBBLICO.LEGGI IN DOSSIER!

Pubblichiamo integralmente il comunicato di Legambiente nazionale di commento al dossier linkato sopra, da scaricare liberamente.

Ecco i numeri del report di Legambiente: 348 gli impianti in sofferenza ad alta e bassa quota monitorati,

132 quelli dismessi, 113 quelli temporaneamente chiusi e 103 i casi di “accanimento terapeutico”

Tra i casi emblematici l’ecomostro dell’Alpe Bianca, lo stadio olimpico del salto a Pragelato

e la pista da bob a Cesana (To)

Legambiente: “Ripensare l’offerta turistica invernale in una chiave più sostenibile”

Ecco il decalogo per la montagna invernale nell’epoca della transizione climatica

Impianti per gli sci dismessi, abbandonati, ormai vecchi e obsoleti, oppure strutture per gli sport invernali temporaneamente chiuse per mancanza di neve, per problemi economici o per fine vita tecnica. E poi casi di accanimento terapeutico, con impianti che vanno avanti grazie ai contributi dello Stato. A questi si affiancano, per fortuna, storie di riconversione e buone pratiche di un turismo soft e più sostenibile che lascia ben sperare. È questo il doppio volto della montagna legata allo sci alpino e al turismo invernale che Legambiente denuncia e racconta nel report Nevediversa 2020 – Il mondo dello sci alpino nell’epoca della transizione ecologica. A parlar chiaro sono i numeri raccolti: 348 gli impianti in sofferenza monitorati nella Penisola, di questi 132 quelli dismessi e non funzionanti da anni, 113 quelli temporaneamente chiusi e 103 i casi che l’associazione ambientalista definisce di “accanimento terapeutico”. Strutture presenti in diversi regioni d’Italia ad alta e bassa quota, simbolo spesso di uno snow business che ha prodotto nel tempo un paesaggio fatto di strutture ormai vecchie e obsolete, mentre i cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature stanno rendendo sempre più fragile la montagna.

Tra i tanti casi simbolo al centro del report c’è l’ecomostro dell’Alpe Bianca, in Piemonte, a Tornetti di Viù (To), chiuso dal ’94 e frutto di una speculazione sbagliata. Lo stadio del salto con gli sci a Pragelato (To) e la pista da bob di Cesana (To), entrambi eredità dei fasti delle Olimpiadi di Torino 2006 e oggi ambedue chiusi, il primo nel 2006, il secondo nel 2011. Ci sono poi gli impianti in località Pia Spiss, Valcanale Ardesio (BG), in Lombardia, costruiti negli anni ’80 e chiusi nel ’97, per passare a quelli di Marsia di Tagliacozzo, in Abruzzo, costruiti nel 1961 e oggi in stato di abbandono. E poi in Calabria in località Ciricilla (CZ), dove l’unica stazione sciistica in provincia di Catanzaro è chiusa dal 2000.

A questi vanno aggiunti gli impianti temporaneamente chiusi, situati per lo più in piccoli comprensori sotto i 1500 metri per i quali in questi anni si è cercato a fatica di garantire il funzionamento. Si va dal comprensorio di Argentera a Cuneo, in Piemonte, con gli impianti chiusi per la stagione 2019-2020 e le strutture che hanno superato il ciclo di vita tecnica dei 40 anni, a quelli in località Rocca Rovereto, in Liguria, che funzionano solo in parte. In località Col de Joux Saint Vincent (AO), in Valle d’Aosta, l’impianto è sospeso per revisione e per carenza di neve. Anche nel Centro Italia la situazione non è delle migliori, ad esempio nelle Marche, a Frontignano – Ussita (MC), le strutture sono ferme per danni causati dal sisma. Problema analogo in Abruzzo, a Prato Selva e Prati di Tivo, Fano Adriano (TE), dove gli impianti sono chiusi da anni per danni legati al sisma, ma anche per la mancanza di manutenzione straordinaria. In Sardegna gli impianti di Bruncuspina e S’Arena risultano al momento non operativi. In Sicilia in località Piano Battaglia, gli impianti ammodernati nel 2009 con un cofinanziamento pubblico-privato sono al momento chiusi per problemi burocratici.

Storie segnalate da Legambiente che indicano l’urgenza di ripensare l’offerta turistica invernale: per questo l’associazione ambientalista lancia oggi anche il suo decalogo. Tra i punti principali inseriti, ascoltare gli esperti sul clima, porre un freno all’uso smodato dell’innevamento artificiale e dei bacini, avere il coraggio di interrompere i contributi per lo sci alpino a località sotto i 1500 metri, porre un limite al potenziamento dei grandi impianti ad alta quota e ridurre la pressione sugli ambienti più delicati di alta montagna, dicendo stop alla proliferazione all’interno delle aree protette e dei siti Natura 2000. Dall’altro canto è importante promuovere le molteplici attività che si possono svolgere nella media e bassa montagna creando le condizioni per impiegare le risorse locali, umane e materiali; valorizzare le esperienze sostenibili positive, coinvolgere le comunità locali e avviare dei percorsi di formazione sull’emergenza climatica e sulla valorizzazione del territorio.

“Negli anni del boom economico – spiega Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente – i territori hanno localizzato impianti spesso in aree non idonee alla pratica sciistica, anche a quote molto basse, addirittura sotto i 1000 metri s.l.m. Parliamo di impianti – tra skilift, seggiovie e cabi­novie – che abbiamo censito in questo report ricordando al tempo stesso come i cambiamenti climatici stiano rendendo sempre più vulnerabili e fragili le montagne. Siamo convinti che in questi anni l’economia dello sci alpino non sia stata capace di cambiare le strategie alla luce dei cambiamenti climatici in atto, ora però è giunto il momento di invertire la rotta. Per questo chiediamo la definizione di una strategia nazionale per lo sviluppo della montagna che tenga conto anche di un turismo invernale più sostenibile. Come Legambiente continueremo a vigilare sul territorio montano e l’idea è quella di creare un osservatorio dei relitti e delle ricon­versioni di stazioni e comprensori montani”.

Tornando al report Nevediversa, Legambiente inoltre pone l’attenzione sui “casi di accanimento terapeutico” e sul fatto che il denaro pubblico serve a finanziare non solo le grandi stazioni in quota, ma anche a rilanciare località sciistiche dove la neve artificiale è ormai la norma. Ad esempio nel Lazio, nonostante il forte calo delle presenze turistiche, la diminuzione delle precipitazioni nevose e i problemi economici, è stato nuovamente proposto un consistente progetto di rilancio degli impianti in località Terminillo. In Trentino Alto Adige, la Provincia autonoma di Trento ha deciso di finanziare con 4 milioni di euro il restyling del comprensorio sciistico Bolbeno – Borgo Lares (TN) situato a bassissima quota (567m – 663m). In Toscana, c’è poi il caso del comprensorio dell’Abetone, sostenuto per molto tempo con almeno 1 milione di euro ogni anno, e in questa stagione in forte sofferenza a causa della mancanza di neve. Per altro la Regione Toscana non ha messo a bilancio il consueto milione di euro di fondi destinati agli impianti.

Nel report Nevediversa Legambiente riporta anche alcuni esempi di finanziamenti regionali per le stazioni sciistiche. La Regione Lombardia lo scorso giugno ha stanziato 9,4 milioni di euro per l’innevamento degli impianti di sci lombardi. La giunta regionale del Piemonte lo scorso luglio ha deliberato l’erogazione di 10 milioni di euro per l’innevamento programmato dei Comprensori Via Lattea e Bardonecchia per le stagioni sciistiche 2019/2020, 2020/2021 e 2021/2022. A questo si aggiungono i fondi destinati alle piccole e micro stazioni montane del resto della regione per la costruzione di bacini artificiali e il rifacimento di impianti di risalita, attingendo ai 24,5 milioni di euro stanziati dalla legge regionale 22 novembre 2017, n. 1. “Sarà interessante – aggiunge la Bonardo – seguire l’andamento dei finanziamenti che le Regioni da oltre vent’anni elargiscono a sostegno degli impianti per la manutenzione e in particolare per la sempre maggiore richiesta di neve artificiale. Anche in questo caso è difficile fare un conto preciso. Si tratta comunque di diverse centinaia di milioni di euro che ogni anno vengono messi a bilancio a questo scopo dalle Regioni e in piccola percentuale anche dai Comuni. Molte le realtà che, a fronte di investimenti consistenti, funzionano giusto nel fine settimana e durante le vacan­ze di Natale e, clima permettendo, durante le settimane bianche”.

Buone pratiche e riconversioni – Eppure ripensare il turismo invernale in una chiave più sostenibile non è una sfida impossibile. A dimostralo diverse buone pratiche di turismo sostenibile avviate sul territorio come ad esempio il progetto Neve&Natura del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna che prevede un ricco calendario di eventi tra cui ciaspolate, sleddog, visite al planetario del Parco, sagre. Oppure le attività messe in campo da Majambiente, una società nata nel 1994 a Caramanico Terme, formata da un gruppo di Guide Locali che propongono escursioni, percorsi in e-bike, e che gestiscono un centro di visita con un museo naturalistico ed archeologico, un museo della fauna, uffici informazioni dislocati in alcuni comuni della Valle dell’Orta, un’area faunistica, un giardino botanico ed una foresteria scientifica con 25 posti letto. Accanto alle buone pratiche, ci sono poi anche storie di riconversione di vecchi impianti. Ad esempio Caldirola, in provincia di Alessandria, Alta Val Curone, oggi grazie alla mountain-bike sta rivivendo una stagione d’oro, come accadeva negli anni ’60 quando era una rinomata località sciistica. Altro esempio arriva dalla Valle d’Aosta dove i comuni di Etroubles, Saint-Oyen e Saint-Rhémy-en Bosses, nella valle del Gran San Bernardo, hanno scelto di non rinnovare gli impianti di risalita a bassa quota e di puntare invece su un’offerta turistica centrata sulla natura e la cultura.

“Queste buone pratiche – spiega Sebastiano Venneri, responsabile turismo di Legambiente – segnano un cambio di prospettiva e di svolta: località che un tempo venivano viste solo come mete legate allo sci cominciano a diventare anche luoghi dove è possibile camminare tutto l’anno, passare momenti di relax nei boschi imbiancati o meno. Per questo è importante incentivare la diffusione di queste nuove forme di turismo montano sostenibile su tutto il territorio”.