COMUNICATO CONGIUNTO DI LEGAMBIENTE VDA E LIPU VDA.
Legambiente e LIPU valdostane esprimono profonda indignazione e preoccupazione per il grave episodio di bracconaggio avvenuto nella zona del Colle del Gran San Bernardo, dove tre persone sono state denunciate dal Corpo forestale per l’abbattimento di uno stambecco, specie protetta e non cacciabile. Durante le successive perquisizioni è stato rinvenuto anche il corpo di una marmotta, anch’esso appartenente a una specie protetta.
Ciò che colpisce, e che sembra emergere da questi comportamenti, non è soltanto la violazione delle norme, ma soprattutto la concezione della fauna selvatica: animali considerati come oggetti a disposizione dell’uomo da abbattere, sezionare e trasformare eventualmente in trofei.
Serve forse rilevare che ogni animale selvatico ha un proprio ruolo nell’ecosistema? Non è una risorsa di cui l’uomo possa disporre arbitrariamente.
Un altro elemento merita particolare attenzione: i tre denunciati non erano individui estranei al mondo venatorio, ma cacciatori in possesso di regolare licenza; erano inoltre persone giovani, della generazione da cui almeno ci attenderemmo un approccio più consapevole alla natura.
Questo, diciamolo con chiarezza, non significa attribuire responsabilità all’intera categoria ma rende indispensabile una riflessione seria al’interno del mondo della caccia.
Le associazioni venatorie, che frequentemente rivendicano il proprio ruolo nella difesa della biodiversità e nella tutela degli equilibri naturali, hanno oggi l’occasione e il dovere di dimostrare concretamente la coerenza delle proprie dichiarazioni.
“Ci aspettiamo una condanna pubblica, chiara e senza ambiguità – affermano Gianpaolo Fedi e Anna Rita Parlagreco, rispettivamente Presidente di Legambiente Valle d’Aosta e Delegata LIPU Aosta – da parte delle associazioni venatorie, del Comitato regionale per la gestione venatoria e delle istituzioni politiche regionali. Non sarebbero sufficienti generiche prese di distanza dal bracconaggio: occorre affermare con decisione che comportamenti di questo tipo sono incompatibili
con qualsiasi forma di gestione responsabile della fauna selvatica.”
Il Piano regionale faunistico-venatorio 2025-2030 richiama il valore della tutela del patrimonio faunistico valdostano, e cerca di sottolineare al contempo il ruolo della caccia nella cultura e nelle tradizioni alpine. Riteniamo importante ricordare che la tradizione non può costituire, di per sé, una giustificazione per qualsiasi comportamento nei confronti degli animali. La cultura alpina non appartiene soltanto ai cacciatori, ma anche a chi studia, osserva, fotografa e protegge la fauna selvatica, riconoscendone il valore indipendentemente da qualsiasi utilizzo umano.
Desideriamo infine esprimere un sincero apprezzamento per la professionalità e efficacia dell’intervento del Corpo forestale della Valle d’Aosta, che ha permesso di documentare l’accaduto.
Auspichiamo che le autorità competenti adottino tutti i provvedimenti previsti dalla legge, soprattutto quelli relativi alle licenze venatorie, perché la biodiversità non si difende soltanto a parole.